Monthly Archives: April 2010

Premi Pac e aiuti agroambientali del Psr: ridurre i tempi di erogazione agli agricoltori

 

Bologna – Come rendere più rapido il pagamento degli aiuti comunitari e regionali alle aziende agricole da parte di Agrea, l’agenzia regionale per le erogazioni in agricoltura?
Il tema sarà al centro di un incontro con Coldiretti, Cia, Confagricoltura, Copagri voluto dall’assessore regionale Tiberio Rabboni il 6 maggio a Bologna.
In Emilia-Romagna la situazione dei pagamenti è in linea con quella delle altre Regioni e i ritardi lamentati dal mondo agricolo sono essenzialmente dovuti all’entrata in vigore del nuovo “sistema integrato di gestione”, introdotto a livello comunitario e gestito in Italia dal Ministero dell’Agricoltura, che prevede il controllo di ciascuna domanda prima del pagamento e non più verifiche a campione come in precedenza.
A ciò poi si devono aggiungere le difficoltà di messa a regime degli strumenti informatici di gestione forniti dal Ministero e le incertezze e i ritardi del Coordinamento nazionale.
Tuttavia – scrive Rabboni nella lettera con cui invita alla riunione i Presidenti delle organizzazioni professionali agricole regionali – “molte cose si possono fare per migliorare la situazione regionale. Il mese scorso ad esempio abbiamo raggiunto un accordo con i centri di Assistenza agricoli regionali per attivare uno sportello per la risoluzione veloce delle ‘anomalie’ più problematiche riscontrate in sede di controllo. Personalmente ho già formulato ad Agrea un’altra serie di indicazioni operative per tentare di recuperare ed azzerare tutti i ritardi entro il corrente anno. Credo, pertanto, che una verifica congiunta dei modelli gestionali in uso, per ridurre tempi e carichi burocratici, possa consentirci di individuare le misure più opportune” /PF.

Innovare l’agricoltura: investire in cultura d’impresa e ricerca

Cultura d’impresa, sviluppo del valore nella filiera, innovazione e ricerca. Queste le linee guida della “nuova” agricoltura italiana indicate oggi dal presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni, all’assemblea di Parma. E proprio sui primi due temi Vecchioni ha avuto nei giorni scorsi un incontro con il presidente di Federdistribuzione, Paolo Barberini, per individuare un percorso comune indirizzato a valorizzare la filiera alimentare nazionale. Si è deciso di agire insieme sui tavoli istituzionali per diffondere cultura d’impresa e far sì che i provvedimenti normativi siano orientati verso la ricerca di maggiore efficienza di sistema e di semplificazioni burocratiche e amministrative. Contemporaneamente verranno promossi incontri diretti tra le imprese della distribuzione e gli operatori delle filiere per facilitare le relazioni tra aziende direttamente operative sul campo e favorire gli scambi commerciali, affrontando temi nodali quali i trend di mercato, la logistica, il confezionamento dei prodotti, le politiche commerciali.

All’assemblea di Parma il presidente nazionale di Confagricoltura ha ribadito: “Va alimentata la cultura di impresa e dell’impresa agricola in particolare, perché siamo un popolo che guarda quasi con troppa diffidenza all’attività imprenditoriale come elemento di crescita e di sviluppo. L’impresa agricola è depositaria di valori universali, curare l’impresa significa tenere in considerazione questi valori e, in particolare, il compito dell’agricoltore di gestire i beni comuni per tramandare alle generazioni future tutto quanto ha ottenuto senza depauperarlo”.

Come supporto determinante alla realizzazione di questa “mission” c’è il piano politico-economico di Confagricoltura, in cui, da un lato si punta al miglioramento delle condizioni economiche, sia sul fronte dei costi, razionalizzando la rete e conseguendo risparmi a vantaggio delle imprese, sia sul fronte della valorizzazione del prodotto e della sua migliore commercializzazione. Contemporaneamente il progetto propone in concreto numerose modifiche alla normativa nazionale in vari settori, dalla ricomposizione fondiaria all’organizzazione economica del prodotto, dalla normativa sul costo del lavoro alla semplificazione burocratica ed all’ assicurazione al reddito.

“Un progetto aperto a tutti – ha ricordato Vecchioni – che vuole unire le imprese, e non le sigle di rappresentanza, coinvolgendo un aggregato di aziende in grado di esprimere centinaia di migliaia di ettari e un giro d’affari di centinaia di milioni di euro”.

Poi la ricerca, che, ha sottolineato il presidente di Confagricoltura: “Non è antitesi della qualità, ma un supporto continuo al miglioramento delle produzioni made in Italy. Un’opportunità che gli imprenditori agricoli, pronti alle sfide come ogni imprenditore di razza, chiedono di poter sfruttare per raggiungere livelli di qualità ancor più competitiva, a costi meno alti, che consentano di crescere sui mercati internazionali. Gli imprenditori agricoli – ha aggiunto Vecchioni – vogliono poter basare il loro futuro su scelte libere, lontane da ideologie e preconcetti. Vogliono poter disporre di una innovazione che ha radici nella tradizione e nella sua continuità di lavoro ed amore per ciò che si produce”.

“Anche per questo Confagricoltura – ha concluso il presidente nazionale – ritiene essenziale traghettare definitivamente il settore agricolo e le sue specificità, che vanno preservate, in un dibattito economico più ampio da cui far scaturire scelte di politica nazionale funzionali alla crescita”. Ed è indubbio il contributo delle imprese agricole allo sviluppo del Paese. Innanzitutto poiché il complesso della produzione alimentare italiana è pari al 15% del Pil. Poi in termini occupazionali, dato che il numero di lavoratori dipendenti nel settore ammonta a oltre un milione sui 12 milioni del totale iscritti all’INPS. Ma anche in termini di coesione sociale e integrazione multietnica, visto che l’agricoltura garantisce lavoro ad oltre 100 mila immigrati dei più diversi Paesi extra Ue.

Olio extra vergine di oliva

 

Olio extra vergine di oliva: la ricetta anticrisi di Confagricoltura

I dati parlano chiaro: continuiamo ad essere in balia delle tensioni del mercato spagnolo. I 2,60 euro al chilogrammo rilevati per i prezzi alla produzione dell’olio extra vergine italiano nell’ultima settimana del mese di marzo, confermano un momento particolarmente difficile, per risolvere il quale nulla sembra possa fare, né l’origine né la certificazione.

Varieta Settimana
dal 22/03/10
al 28/03/10 Settimana
Precedente Variazione % su
Settimana Precedente Variazione % su
Settimana Anno Precedente
Olio di oliva – verg.lampante 1,57 1,62 -2,79 -1,94
Olio di oliva – vergine 1,99 2,00 -0,35 7,61
Olio di oliva – vergine extra 2,60 2,61 -0,23 11,34

Alla base di questa situazione sta il fatto che l’olivicoltura italiana si è trovata a fronteggiare un mercato in evoluzione, senza aver maturato, salvo sporadiche eccezioni, la capacità di fare sistema e di innovare e, senza che le norme di supporto al settore avessero subito una adeguata trasformazione.

Nonostante questo, tutti gli indicatori economici dicono che il settore olivicolo ha una propensione alla crescita nei prossimi anni.

Per questo Confagricoltura ribadisce la necessità di un’olivicoltura forte e produttiva, che faccia margini con oli extra vergini di qualità e consenta di rafforzare all’estero la posizione competitiva del nostro Paese.

Occorre, dunque, avviare una nuova fase virtuosa per animare, valorizzare, far crescere e irrobustire l’organizzazione economica, rafforzando e specializzando un sistema di servizi alle imprese capace di intervenire in tutte le fasi del processo, dalla produzione al consumo.

Allo stesso tempo per creare valore e rendere più competitivo il nostro sistema Paese diventa necessario intensificare i legami tra i diversi componenti della filiera.

La pressione competitiva sui mercati finali è ormai talmente aspra da rendere indispensabili alleanze strategiche, superando le sterili e controproducenti divisioni che finiscono per fare il gioco dei nostri avversari. Per questo Confagricoltura ha aderito al Consorzio di Garanzia dell’olio Extravergine di Qualità, struttura di filiera integrata, dove è attiva la collaborazione tra produttori e grandi marche, per divulgare il messaggio dell’Alta Qualità come ulteriore elemento per difendere l’olio extra vergine italiano.

Ma soprattutto c’è bisogno di una seria politica nazionale, che individui le linee strategiche della nostra olivicoltura. Il piano olivicolo poteva essere una grande occasione, ma si è limitato a declinare le problematiche del settore, senza soffermarsi sulla individuazione di misure specifiche per l’aumento della capacità produttiva, prevedendo un concreto adeguamento strutturale, piattaforme di servizi, centri di condizionamento e stoccaggio.

“Servono determinazione e coraggio – dice il presidente della Confagricoltura Federico Vecchioni -. Non è più tempo di tentennamenti. Bisogna stabilire le priorità e fare scelte precise, cominciando da adeguate azioni di promozione per incentivare il consumo”.

Vendita vino sfuso

 

Vendita vino sfuso : l’acquisto in azienda batte i farmer’s market

LO RIVELA UN’INDAGINE ISPO PER CONFAGRICOLTURA

La crisi internazionale sta cambiando il panorama nel mondo del vino, un fatto di origine economica, ma anche psicologica. In tempi di ristrettezze si abbandonano i sofismi e si sta sul concreto. A dimostrarlo ci sono i riscontri degli operatori del settore, che testimoniano come il “sentiment” dei consumatori sia sempre meno prossimo all’ iperbole nelle definizioni e nelle degustazioni del vino. E se nel lessico del consumatore il verbo “degustare” lascia, idealmente, il posto al più famigliare “assaggiare” è un segnale non da poco per il mercato. Un segnale colto (e forse indirizzato) in prima battuta, come quasi sempre accade, dal pragmatismo dei grandi gruppi australiani e sudafricani, imitati a ruota, in Sudamerica, da cileni e argentini.

Infatti se l’Italia si è confermata nel 2009 il secondo esportatore di vino sfuso alle spalle della Spagna sono proprio i produttori del nuovo mondo del vino quelli che avanzano sui mercati Usa e britannico (ma anche il nostro Paese non è immune da questo sbarco in forze, visto che nel 2009 rispetto al 2000 le importazioni dall’Australia sono salite del 23% e quelle dal Cile quasi del 24%). Un aspetto strategico su cui le aziende italiane dovrebbero riflettere, per affrontare il grande risiko del vino con adeguati investimenti su strutture e personale nei Paesi al centro del nostro export.

Passando allo scenario domestico si potrebbe dire che, nel vino, i consumatori hanno promosso il binomio qualità-semplicità, questo anche nel modo di comprarlo, tant’è vero che una ricerca di Nomisma rivela che l’acquisto diretto in azienda è il canale preferito da più di un terzo (37%) degli italiani e che circa la metà (49%) delle persone che si occupano della spesa famigliare sono solite comprare il vino direttamente in cantina e non solo dalla grande distribuzione (che resta comunque il principale riferimento per gli acquisti).

Indicazioni perfettamente in linea con i risultati dell’indagine sui consumi alimentari degli italiani commissionata da Confagricoltura all’Ispo in occasione del Forum “Futuro Fertile”, svoltosi dal 25 al 27 marzo a Taormina. Dai dati elaborati dagli analisti guidati dal professor Renato Mannheimer la percentuale dei consumatori che acquistano direttamente in azienda (10%), si sta affermando sempre più battendo nettamente quella dell’acquisto nei Farmers’ market (2%), che rappresentano una nicchia più comunicata che utilizzata. E In futuro i consumatori si rivolgeranno sempre più direttamente alle aziende agricole, come dimostrano le percentuali in merito agli interessi dei consumatori nei confronti dei nuovi canali di acquisto, dati tra cui è preponderante il 64% relativo agli acquisti diretti dal produttore.

Il rapporto dei consumatori con le aziende produttrici rappresenta infatti un aspetto centrale dell’indagine elaborata da Ispo. Tra gli intervistati quelli più interessati ad effettuare i propri acquisti direttamente nelle aziende agricole sono per il 70% quelli che vanno a far la spesa con amici e conoscenti, sono soprattutto maschi (68%) e giovani (il 72% dai 25 ai 4 anni e il 67% dai 35 ai 44). Emerge inoltre che la disponibilità a comprare direttamente in azienda è alta (tra il 61% e il 66%) tra tutti gli utilizzatori di altri canali.

Una tendenza, quella dell’acquisto in azienda, trasversale alle varie fasce sociali che trova le sue ragioni nella possibilità di risparmiare pur comprando prodotti di qualità (38%), che rappresenta un fatto determinante soprattutto per laureati, abitanti del Nord-ovest e di città metropolitane. Altro elemento incentivante, soprattutto per gli uomini, è l’opportunità di unire l’esigenza di fare acquisti con una piacevole gita fuori città (15%), fattore rilevante per anziani, pensionati e per chi risiede nell’ Italia Centrale e in Comuni medio-piccoli.

Il rapporto fiduciario instaurato tra consumatori e aziende agricole è molto forte, tanto da superare di un punto percentuale quello instaurato con i supermercati (il 13% degli intervistati contro il 12% dichiara di fidarsi moltissimo, rispettivamente delle aziende agricole e dei supermercati). Il dato è confermato dal grado di soddisfazione degli habitué dei diversi punti vendita: la vendita diretta sorpassa il supermercato. Tra i clienti abituali dei diversi canali di acquisto i più soddisfatti sono proprio i consumatori che vanno direttamente dal produttore (87%), seguiti dai clienti dei supermercati (86%).